|
Mi presento: sono Matteo, abito vicino Vicenza ed ho 25 anni. Il mio percorso di formazione scolastica, si delinea fin dall'inizio con particolare attenzione al sociale. Alle superiori infatti decido di frequentare, per l’appunto, il liceo delle scienze sociali. Durante questo periodo, ho cominciato a sviluppare un particolare interesse alle tematiche riguardante il sociale, e mi sono avvicinato sempre più al mondo del volontariato. Cosi ho deciso di mettermi in gioco e durante l'anno qui in zona, ed in estate fuori dalla mia regione tentavo di rendermi utile. Ho deciso di proseguire i miei studi ed andare all'università a Bologna, e seguire Antropologia. Cosi, dopo la mia laurea nel marzo 2009 sono riuscito a partire per Il continente nero. La mia esperienza è cominciata quasi per caso. Nell'estate del 2008, con un gruppo di ragazzi, mi sono ritrovato in Africa, nello Zambia per l’esattezza, per visitare alcuni dei progetti in cui stavano lavorando, da anni, dei nostri conoscenti. All'interno di questi progetti ce n'era uno in particolare che mi aveva colpito, gestito dalla provincia di Vicenza, un progetto agricolo, dove, attraverso specifici programmi, si dava una mano alle donne dei villaggi limitrofi, insegnando loro a coltivare e tentando, almeno da un punto di vista alimentare di migliorare la qualità di vita.. Rientrato in Italia, continuavo a pensare e ripensare all’esperienza che avevo vissuto. Non riuscivo a darmi pace, c'ero stato per soli 28 giorni e ne ero rimasto affascinato ed incuriosito, fino a sognarmi le facce e le atmosfere pure di notte. Neanche farlo apposta, un mese prima della mia laurea, il responsabile del progetto mi propose di partire per lo Zambia per gestire assieme ad una agronoma, Eleonora, l’intero progetto. Così, a Marzo, 5 giorni dopo la laurea, senza pensarci troppo son partito e devo dire è stata la scelta più azzeccata degli ultimi anni... Non ho avuto molto tempo per pensare a ciò a cui andavo incontro, e, solo mentre l’aereo si stava avvicinando ho cominciato a riflettere e ad elaborare quanti anni luce ero dalla mia Europa e quanta fosse l’inesperienza che mi avvolgeva. L'impatto è stato intenso. La prima cosa che mi ha colpito quando sono arrivato in Africa sono stati i colori. Devo dire che mi aspettavo tutt'altro paesaggio, in quanto sono arrivato alla fine della stagione delle piogge, dove tutto è ancora verde e rigoglioso, mai avrei affermato di essere veramente in Africa. I colori in questo continente sono vivi, forti ed esprimono sensazioni ed emozioni che sembra quasi che ti parlino.
|
 |
|
Mano a mano che ci inoltravamo con la jeep, per le piste di terra, entravamo sempre più nel cuore del paese e vedevo sempre più villaggi, uomini e donne indaffarati nelle faccende giornaliere e bambini, tantissimi bambini, che giocavano, correvano, gridavano spensierati, incuranti di ciò che gli stava attorno, difficile da raccontare quante sono state le emozioni vissute in quei primi istanti. Sono finito a Chikowa, a 100 km dalla capitale dell’est Zambia, Chipata, luogo ubicato in una terra molto vasta che nel lontano 1800 era proprietà di un colonialista scozzese. Egli agli inizi del ‘900 decise di donarla ad un gruppo di missionari, che così cominciarono a costruire e a coltivare. A mano a mano che il progetto cresceva, le varie tribù iniziarono a spostarsi vicino alla missione, sentendosi così più sicuri ed avendo un punto d'appoggio su cui contare. Il tempo passava e le costruzioni aumentavano arrivando a ciò che si presenta oggi. Adesso è possibile trovare una scuola di falegnameria, con laboratorio annesso, una scuola di muratura, una di orticoltura. Tutto ciò è gestito dai missionari. Nello Zambia la situazione è veramente difficile: la speranza di vita si aggira attorno ai 40 anni; la maggior parte delle persone muore di Aids: ne è infetta il 17% della popolazione adulta. L’informazione è quasi inesistente e chi non viene ucciso dall’Aids deve fare i conti con la malaria, affezione curabile, che, però, a causa della sottovalutazione da parte della popolazione, arriva anch'essa ad essere letale.
|
|
Dove lavoravo io era una zona rurale, dove le macchine non esistono, la luce elettrica un sogno, e per l'acqua c'é la necessità di attingere giornalmente a dei pozzi dislocati nelle vicinanze dei villaggi. La lingua ufficiale è l'inglese, ma i bambini e le donne non lo parlano molto bene rendendo abbastanza problematica ogni forma di comunicazione. Ci sono diverse tribù che abitano la zona originaria, gli Ngoni, grande popolo guerriero che sconfisse gli Inglesi; i Chewa, allevatori; gli Zulu ed i Kunda. La situazione è molto tranquilla e le diverse popolazioni si sono integrate e convivono pacificamente, anche se non mancano sporadiche liti nel vicinato, un pò come nel più sperduto paesino degli Appennini! Ho avuto il piacere di seguire e coordinare 3 diversi progetti, uno agricolo, uno sulla sanità ed un ultimo sull'educazione, i quali a mio parere, sono alla base per lo sviluppo del paese.
|
|
Il primo progetto, quello agricolo, aveva già tre anni di vita, quindi sono arrivato che era già avviato. All'inizio ero spaesato, in quanto mi son trovato solo, a dover fare cose che fino ad un mese prima neanche concepivo, ma con tanto entusiasmo, pazienza e voglia di fare e di capire sono entrato nel pieno dell'azione, e senza essere troppo modesto sono stato all’altezza. Non ero solo a svolgere il lavoro quotidiano, ma vi erano due ragazzi locali, i quali con la loro grandissima esperienza e un pò di sana pazienza mi insegnavano a curare e gestire le faccende dell'orto. L'obiettivo principale del progetto era la formazione di donne, esperte nell'agricoltura, in grado di creare e seguire un' appezzamento di terra, creando una variazione di dieta, e, in certi casi un piccolo commercio, vendendo la verdura in più prodotta. Ogni giorno, quindi, si presentavano dei gruppi di sei donne e per tutta la mattina rimanevano con noi imparando volta per volta tutti i "segreti" per ottenere un'ottimo orto. Una cosa che mi ha colpito particolarmente, è stata la difficoltà riscontrata nel far variare dieta a queste persone. Pensavo, da ingenuo, che in un paese dove si soffre la fame, qualsiasi cosa venisse ingurgitata lo fosse per avere la sensazione di stomaco pieno, invece, devo dire che nei gusti culinari sono molto delicati, ma il probblema è che non sono abituati a variazioni di gusti. A colazione, pranzo e cena mangiano una sorta di polenta chiamata Sima e grazie a quella riescono a riempirsi lo stomaco ed affrontare la calda giornata africana. A questa viene accompagnato il Repo, un particolare ortaggio, e nei giorni di festa, carne, pollo, maiale e antilope. Una cosa che mi ha portato non pochi problemi è stata il fatto di vederli andare pazzi per i topolini di campo, i vermi e le cavallette. Devo dire che all'inizio il disagio era tanto, sia da un punto di vista comunicativo, in quanto solo pochi di loro parlavano l'inglese, sia da un punto di vista dell’età, poichè le persone con cui collaboravamo erano tutte di età adulta e all'inizio mi guardavano con non poca diffidenza. Devo dire però che col passare del tempo abbiamo avuto modo di conoscerci e di apprezzarci, e verso la fine anche la lingua è stato un ostacolo valicato senza problemi. Le situazioni più emozionanti erano alla fine della giornata quando arrivavano a portarmi un sacco di regali: arachidi, farina, uova, carne di antilope, etc. Lì per lì anche senza comunicare in perfetta lingua locale, c'era una comunicazione diversa, in un linguaggio diverso, quello della spontaneità, e del rispetto reciproco. Mi emozionava il fatto che, nonostante non avessero nulla, o poco, non si facevano problemi a condividerlo con le altre persone senza aspettarsi niente in cambio.
|
|
Nel secondo progetto, invece, c'erano delle mansioni da svolgere leggermente differenti. La clinica del posto distava soli 5 minuti di macchina dall’orto. Qui, arrivava gente dai villaggi, che non avevano la possibilità di andare in città o nell'ospedale piu vicino, a 30 km dalla clinica. C'era un'infermiera tutto fare che faceva le visite e dava le medicine necessarie a tutti coloro che le richiedevano. Vicino alla clinica c'era il centro a cui ero stato assegnato io, in cui lavorava l'infermiera tutto fare ed un altra collaboratrice. All'interno di questo centro, a seconda dei casi, si accoglievano mamme e bambini con seri problemi di salute. Le priorità erano le mamme sieropositive con bambini nati a loro volta sieropositivi, orfani e altri casi di malnutrizione. Devo dire che anche qui la situazione non era per niente facile. I casi erano veramente estremi, tanto che il nostro compito era informare le mamme per cercare di limitare i danni della malattia nel bambino, munirle di latte in polvere e a mezzogiorno preparare assieme il pranzo per i bambini, insegnando e tentando di far capire loro l'importanza di una buona e corretta alimentazione. Il problema è che in Africa, a differenza del "comune" modo di pensare, i bambini sono gli ultimi in tutto sia nella cura delle malattie sia, soprattutto quando si tratta di mangiare, ricevendo gli scarti del pasto. Ho trovato diverse difficoltà dal punto di vista emozionale poichè ho avuto la sfortuna di vivere l’esperienza di bambini che non ce l'hanno fatta. Una cosa che mi ha colpito particolarmente è la concezione che hanno della morte, è completamente opposta alla nostra. La vivono con molta più leggerezza, come un normale processo naturale che arriva a compimento. Dopo una spiacevole situazione, che devo dire mi ha scioccato parecchio, ho avuto modo di parlare con un volontario che abita lì da un bel pò di anni, e mi ha fatto un esempio che mi è rimasto molto impresso, mi dice: "vedi Matteo, qui c'è un'altra concezione della vita e della morte, qui le cose vanno come devono andare, se una persona è malata gravemente, basta, ciao, altro che tubi e alimentazione forzata, se deve morire questo è il suo corso. Noi europei, invece, siamo abituati a piantare un seme, a seguire le pianta crescere, potarla, raddrizzarla se nasce storta e proteggerla dagli insetti. Qui si pianta il seme e la pianta cresce secondo natura, storta o dritta, e se muore è perchè doveva morire.." Devo dire che è stata una grande occasione di crescita e riflessione, che difficilmente dimenticherò. Il terzo progetto, il più "leggero" ma anche il più importante, riguardava un corso di alfabetizzazione, diretto sempre alle donne dei villaggi. Questo progetto si svolgeva all'interno di una stanza concessaci dai missionari comboniani. Il corso si divideva in due livelli, il livello base, in cui si imparava la matematica, a leggere e a scrivere in lingua locale, ed un corso elevato, dove si imparava la matematica le "scienze sociali", e a leggere e scrivere in inglese. Per ogni livello, ci si trovava tre ore al giorno per due volte a settimana. L'insegnamento era affidato a due ragazzi, con un titolo di studio alto, che si sono offerti in quest'esperienza. Questo progetto mi ha dato tante soddisfazioni e mi ha fatto parecchio emozionare fino a versare anche qualche lacrima. Soddisfazioni perchè le donne erano contente di venire, nonostante i 2000 impegni che una donna africana ha in una giornata e riuscivano a partecipare alle lezioni con grande energia, curiosità e voglia di imparare. Mi entusiasmava non poco entrare nell'aula e vederle così indaffarate nel comprendere i misteri della matematica, della scrittura e della lettura, e la grande concentrazione che impiegavano nonostante il caldo e la stanchezza.
|
|
A settembre il progetto è terminato e così son dovuto rientrare in Italia. Credo che quest'esperienza abbia segnato una tappa fondamentale nel mio percorso di crescita, sia come persona che come futuro cooperante.
|
|
Gli africani che ho incontrato sono un popolo stupendo, con tanti pregi e tanti difetti, ma da cui avremmo tante cose da imparare. All'inizio ti accolgono con grande diffidenza, ma, se vedono che porti rispetto non smetteranno mai di sorriderti ed aiutarti in ogni piccola cosa. La situazione che ho visto nello Zambia è dura e credo che difficilmente cambieranno le cose. Innanzitutto ci sono interessi delle grandi potenze a tenere una situazione di questo tipo e poi, da parte della gente, non ho visto cosi grande voglia di cambiamento. Un difetto degli zambiani è che sono estremamente fatalisti, “se sono in questa situazione, amen, si vive lo stesso”. Incredibile è stato il fatto che nonostante ci trovassimo in una zona rurale, dove neanche i servizi minimi erano garantiti, la maggior parte delle persone avevano il cellulare e sognavano di andare in città per sentirsi anch’essi parte di qualche cosa. Contrapposto a questo, sono ancora legati in modo profondo alle credenze e religioni antiche, dei propri avi. Credono ancora in modo incredibile alla potenza del malocchio e dello stregone e se tenti di parlarne evitano il discorso per paura. Purtroppo se non ricevono una spinta, fanno gran poco, lo stretto indispensabile che gli basta per arrivare a sera e “poi domani si vedrà”. Per concludere, ho potuto anche conoscere e vedere tanti progetti e ho constatato che un progetto deve avere come obiettivo la necessità di diventare indipendente e sopratutto dopo aver finito il periodo di permanenza vi deve essere la possibilità di portarlo avanti dalla gente del posto. Credo che solo così ci potranno essere delle differenze e dei cambiamenti nella qualità della vita.
|
|
Matteo.
|