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1. Qual è il vostro background professionale?
Luca: io sono laureato in scienze dell’educazione all’università cattolica di Brescia, ed ora sto terminando la specialistica in psicologia clinico dinamica all’università di Padova.
Rossella: anche io sto terminando la laurea specialistica in psicologia clinico dinamica all’università di Padova.
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2. Secondo voi quale ruolo può avere la psicologia clinico dinamica nella Cooperazione Internazionale?
Innanzitutto, in base alla nostra esperienza, abbiamo potuto verificare che non è così semplice e soprattutto eticamente corretto applicare modelli e teorie apprese qui a Padova in un contesto completamente diverso quale può essere il Perù, poiché le differenze nella cultura, nella lingua, nelle tradizioni ecc. non permettono l’applicazione di metodologie diciamo “occidentali”, che appunto a volte non sono trasferibili ad un contesto diverso poiché non tengono conto delle differenze culturali che portano chiaramente a un’elaborazione differente dei vissuti, delle esperienze, o magari anche di quelle sottigliezze idiomatiche che possono rendere completamente differente il significato di una parola, una domanda, un test, un colloquio.
Detto questo, la figura dello psicologo clinico dinamico a nostro avviso può essere utile nella cooperazione internazionale in situazioni di emergenza dovuti a calamità, disastri, guerre, che possono favorire l’emergere di Disturbo Post Traumatico da Stress, depressione, ma anche nella risoluzione di conflitti all’interno delle comunità colpite, nel riadattamento a diverse condizioni di vita dopo eventi traumatici, nel sostegno ai processi di empowerment, nel supporto psicologico, nella protezione della salute mentale e fisica, nella riduzione del rischio di patologie mentali o fisiche…Si, diciamo che secondo noi lo psicologo può essere di grande aiuto nella cooperazione internazionale, sempre tenendo conto però dei fattori e delle variabili che menzionavamo prima.
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3. Quale significato e quali novità veicola oggi il termine intercultura?
Si è soliti interpretare il termine intercultura come una integrazione di comunità, culture differenti rispetto alla propria, fenomeno che a nostro avviso origina dall’immigrazione e dalle conseguenti necessità di avviare un processo di integrazione. Ma il termine intercultura oggi ha un significato più ampio, poiché l’intera società pian piano sta diventando interculturale, non si tratta quindi di un fenomeno che riguarda una cultura rispetto ad un’altra, ma più che altro un elemento che caratterizza le dinamiche all’interno della cultura stessa, in cui avviene un riconoscimento delle diverse culture, della pari dignità e del diritto alla differenza, e una valorizzazione di ogni singolo come portatore di unicità.
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4. Potete raccontarci un episodio emblematico che illustri il periodo di volontariato fatto in Perù?
Non è facile racchiudere un’esperienza di sei mesi così ricca e intensa in un solo episodio, ma sicuramente le “vacaciones utiles” sono state un momento importante per noi e per i bambini dell’associazione Manos Amigas. Ci trovavamo a Huaraz, e nei mesi di gennaio e febbraio i bambini non hanno scuola poiché è il periodo delle vacanze estive, ma la associazione organizza dei laboratori per tenere occupati i bambini e per migliorare ed integrare ciò che hanno appreso a scuola,così si è organizzato il laboratorio di lettura, matematica, arte, sport, teatro, ma anche dinamica di gruppo, che gestivamo noi assieme alle lezioni di italiano. Proprio queste lezioni sono state molto piacevoli, i bambini erano molto entusiasti e soprattutto i più grandi hanno appreso molto velocemente i numeri, i colori, i mesi, i giorni della settimana o i vari oggetti caratteristici di una stanza, che cercavamo di insegnare magari proponendo un gioco o un disegno. Ad Ancon invece ci siamo confrontati più direttamente con l’organizzazione scolastica peruviana, poiché seguivamo i bambini nei loro compiti, con la possibilità così di renderci conto di come funzionasse il sistema scolastico, come fossero organizzati l’apprendimento e lo studio nei sei diversi gradi della scuola primaria, con tutte le nostre difficoltà per quanto riguarda magari la conoscenza della lingua o della storia peruviana.
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5. Quali consigli potete dare a un giovane come voi che si appresta ad affrontare un periodo di volontariato all’estero?
Innanzitutto una grande apertura. Apertura verso gli altri, verso una cultura diversa che a volte può esserti anche ostile, poiché ad esempio basta vedere uno straniero per cercare di imbrogliarlo, aumentando magari i prezzi dei trasporti o delle merci, a cui si può ovviare naturalmente con una conoscenza graduale delle abitudini, delle consuetudini. In secondo luogo anche spirito di adattamento. Possono sembrare cose scontate, ma una volta lì davvero ci si rende conto della diversità che ci divide. Questo non deve rimandare a una visione negativa della società che ci accoglie, poiché siamo noi a dover adattarci al loro modo di vivere, di pensare, di agire in quanto loro ospiti, il tutto sempre con il massimo rispetto. Il resto ovviamente dipende dalle aspettative e dalle aspirazioni di ognuno, ribadendo comunque sempre il massimo rispetto ma anche la gioia di condividere con altri nuove esperienze, nuovi vissuti, nuove emozioni.
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6. Potete raccontarci quali sensazioni avete vissuto appena arrivati a Lima?
Siamo arrivati a Lima la sera molto tardi, dopo aver fatto scalo a New York e a Houston, ed abbiamo trovato ad accoglierci la segretaria del vescovo di Lima e l’autista. Siamo stati subito accompagnati al vescovado, dove avremmo passato i primi giorni. È stato molto emozionante il tragitto dall’aeroporto al vescovado, i nostri primi minuti in terra peruviana, osservando la città immersa nella notte, gli ambulanti che sembra non vadano mai a dormire, i mezzi di trasporto così diversi perché abbastanza malmessi ma allo stesso tempo così allegri. C’era la consapevolezza di essere arrivati, il rendersi conto che si, eravamo in Perù, che stavamo per cominciare la nostra esperienza che non sapevamo a cosa ci avrebbe portato e cosa ci avrebbe riservato, ma che in tutti i casi sarebbe stata sicuramente arricchente e unica.
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7. Come siete stati accolti dalla comunità del posto?
Vivere in un posto per tre mesi, abitarci, significa ovviamente entrare a far parte della comunità del posto, anche se per poco tempo e quindi non completamente. Durante i tre mesi a Huaraz abbiamo vissuto molto la città, poiché l’associazione è ubicata praticamente in centro, e le varie necessità ci hanno portato inevitabilmente e per fortuna ad interagire con la gente del posto. Così man mano abbiamo conosciuto varie persone, dalla guida turistica alle commesse dei negozi e ristoranti, dalla guardia della farmacia ai venditori di strada, tutti sempre molto affabili e gentili. Senza dimenticare naturalmente i bambini che frequentano la casa, che ci hanno accolti in maniera affettuosa e calorosissima sin dal primo giorno, non risparmiandoci abbracci e baci, e poi i volontari e gli operatori dell’associazione, con cui abbiamo instaurato un bellissimo rapporto di amicizia che continua ancora adesso, anche se a distanza. Ad Ancon, durante i successivi tre mesi, la situazione è stata un po’ diversa, poiché la struttura è praticamente fuori dal paese, quindi non c’è stato come a Huaraz un confronto giornaliero con la gente del posto. Anche lì però, superata la iniziale diffidenza e diventando pian piano un viso familiare la gente, così come a Huaraz si è dimostrata molto gentile, che si trattasse dell’addetto all’internet point o dell’autista di mototaxi. Riassumendo possiamo dire che per quanto riguarda l’accoglienza della gente possiamo ritenerci più che soddisfatti nonché felici al pensiero che da qualche parte dall’altro lato del mondo ci sono persone con cui si è potuto instaurare un rapporto di amicizia e fiducia.
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8. Come descrivereste la cultura peruviana?
Il Perù, essendo uno stato molto vasto, ha diverse realtà. Al confine col Brasile e Colombia, ad est, si trova la foresta amazzonica, che però purtroppo non abbiamo avuto modo di conoscere. Al centro si trovano le Ande, un complesso montuoso che attraversa tutto il Perù. La città di Huaraz è appunto ubicata a tremila metri nel mezzo della cordigliera andina, e strutturalmente inizia ad assumere le caratteristiche di una città occidentale a causa dell’afflusso turistico dovuto soprattutto alle meravigliose montagne che la circondano, meta di turisti provenienti da tutto il mondo. Basta però allontanarsi di poco dalla città che si possono osservare famiglie, comunità che vivono ancora seguendo le loro tradizioni, con i loro sgargianti vestiti colorati e le loro case di adobe, mattoni di fango e paglia essiccati al sole, e provvedendo al loro sostentamento con agricoltura e pastorizia. È facile in città incontrare appunto donne con abiti tradizionali, ed un luogo molto folcloristico e affascinante è sicuramente il mercato, dove i contadini giungono ogni giorno per vendere la propria merce. Sulle Ande è molto diffuso l’uso delle foglie di coca, le cui qualità sono conosciute fin dai tempi degli Incas e che ancora oggi sono usate, masticate o in infuso, per alleviare i problemi causati dall’altitudine e la fatica del lavoro. Lima al contrario è una grande metropoli con tutte le caratteristiche di una grande città, la gente veste alla maniera occidentale, ed anche le persone che dalle montagne si trasferiscono qui attirate dal miraggio di una vita migliore abbandonano le loro tradizioni per adattarsi alla nuova realtà. Un forte attaccamento alle proprie origini abbiamo potuto osservarlo nella città di Cuzco, dove ad esempio molte indicazioni sono segnate in lingua Quechua, la lingua degli Incas, termine tra l’altro scorretto poiché ci hanno spiegato che il nome della popolazione era appunto Quechua, mentre Inca era il nome che spettava solamente al re. Culturalmente quindi il Perù è un paese molto ricco, dalla varietà di cibi e prodotti ai balli tradizionali unici per ogni regione, dagli abiti alla lentezza e alla calma caratteristica di ogni peruviano, a volte flemmatica ed estenuante per un europeo abituato ad altri ritmi ma che sicuramente aiuta ad avere una visione diversa e forse più serena, più rilassata della vita. Quello che ci ha colpito molto è stata appunto la calma ma anche l’allegria con cui viene affrontato ogni giorno e che si respira ad ogni angolo, che può portare magari ad un disimpegno, ma sicuramente ad affrontare la vita con più serenità, a volte così necessaria.
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9. Quali sono state le tappe del vostro viaggio?
Siamo arrivati in Perù agli inizi di dicembre, e dopo qualche giorno di ambientamento a Lima abbiamo raggiunto Huaraz, una città nel cuore delle Ande, dove ci siamo fermati per tre mesi ospitati dalla associazione Manos Amigas, che accoglie bambini di strada e bambini provenienti da famiglie povere con lo scopo di allontanarli dalla prospettiva di lavorare nella calle e di aiutarli nella loro formazione scolastica e individuale. La casa ospita circa cinquanta bambini, il numero varia di giorno in giorno poiché è aperta a tutti, e fornisce anche un pasto caldo a mezzogiorno e uno la sera, prima del loro ritorno a casa. Nei successivi tre mesi siamo stati ospiti dell’orfanotrofio di Ancon, una cittadina a nord di Lima, gestito da suore. Il termine orfanotrofio è un po’ improprio, poiché i bambini ospitati, circa una trentina, hanno tutti una famiglia che però spesso risulta problematica o non ha gli strumenti o le capacità per occuparsi dei figli. In tutti e due i casi abbiamo usufruito di vitto e alloggio e di una grande gentilezza e disponibilità dei responsabili delle strutture.
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10. Quali cambiamenti ha apportato questa esperienza di volontariato al vostro vissuto quotidiano?
È difficile dirlo, poiché di questo ci si rende conto giorno per giorno, ma sicuramente quest’esperienza aiuta innanzitutto a rendersi conto della fortuna che si ha rispetto a persone che magari non riescono neanche a dar da mangiare i propri figli, una situazione e un dolore che non riusciamo nemmeno ad immaginare ma che dev’essere straziante. Aiuta a rendersi conto di quanto siamo circondati e continuiamo comunque a ricercare nel superfluo, nell’ inutile, nel frivolo, senza apprezzare quello che si ha. Vedere, toccare con mano la povertà è sicuramente arricchente, ma ancora di più lo è vedere come nonostante una situazione a dir poco difficile c’è sempre un sorriso, una dignità che noi invece siamo disposti a perdere in nome del consumismo o dell’apparire. Questa esperienza credo ci abbia arricchito sotto tutti gli aspetti, ci ha permesso di conoscere un nuovo paese e un nuovo popolo, un nuovo modo di vivere, ma anche di conoscere di più noi stessi, le nostre capacità e le nostre carenze, i nostri obiettivi e le nostre aspirazioni. Ciò che ci porteremo dietro per sempre saranno sicuramente i sorrisi dei bambini, ma complessivamente tutti i nostri sei mesi di volontariato in Perù, un’esperienza da rifare altre cento volte.
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